UNA STORIA VERA (The straight Story)

Regia: David Lynch
Soggetto e Sceneggiatura: John Roach e Mary Sweeney
Fotografia: Freddie Francis
Musica: Angelo Badalamenti
Scenografia: Jack Fisk
Origine: Usa-Francia
Durata: 111’
Anno: 1999

Commento di GIANNI CANOVA, tratto dalla rivista “Letture” dell’aprile 2000The straight Story suona il titolo originale del film. A indicare che si tratta della storia di Alvin Straight, personaggio realmente esistito e deceduto negli Stati Uniti nel 1996, ma che questa storia è anche – per così dire- straight: cioè, in inglese, diritta, giusta, vera. Come dire: il nome proprio del personaggio contiene in sé già il senso della sua storia, il significante (il nome) coincide con il significato (il senso). Niente più differenza, niente più distanza. Se in passato David Lynch ci aveva abituato a coraggiose e spericolate operazioni di divaricazione fra le parole e le cose, o fra i segni e il loro senso (tanto da spingere non pochi spettatori a smarrirsi fra le “strade perdute” del suo cinema), ora – con The straight Story- compie l’operazione opposta: azzera la distanza, pone la coincidenza del segno e del senso laddove invece – in film come Twin Peaks o Velluto Blu- dominava la differenza. Il risultato è un film di una bellezza commovente, come di rado capita di vedere al cinema di questi tempi. Un film antico, ma non vecchio. Solenne, ma non pretenzioso. Epico, ma non urlato. Semplice, ma tutt’altro che banale. Un film che invita lo sguardo a stare sulla superficie delle cose, senza cercare sensi sepolti o significati nascosti, perché è lì, in quel che immediatamente si vede, che il mondo- a volte- decide di svelare se stesso. Soprattutto se ad osservarlo c’è uno sguardo candido come quello, appunto, di Alvin Straight. Strano personaggio, Alvin Straight. A settantatrè anni, nel 1994, sale su un vecchio tosaerba a motore del 1966 e percorre più di 500 miglia, dallo Iowa al Wisconsin, per andare a trovare il fratello che ha avuto un infarto e con cui ha interrotto ogni rapporto da più di dieci anni. Alvin non sa guidare l’auto, non ci vede bene, per camminare deve appoggiarsi a due bastoni. Eppure per più di sei settimane attraversa l’America a bordo del suo anomalo mezzo di trasporto, viaggiando a non più di 15 chilometri all’ora e tirandosi dietro un rimorchio carico di wurstel e di benzina. Di notte si accampa nei boschi o nei garage dei contadini, di giorno si ferma spesso a parlare con la gente che incrocia per la strada. Non a caso, nel corso del viaggio non incontra che vecchi: è un’America senza giovani quella di The Straight Story. Un’America antica e rurale da cui sembra che Lynch abbia voluto eliminare la gioventù. Come per andare alla ricerca delle radici residuali del suo grande Paese. Come per celebrare di nuovo i miti antichi del viaggio e del paesaggio, della strada e della natura, in un film in cui sembra di sentir soffiare il respiro possente dei versi di un poeta come Walt Whitman o di vedere all’opera lo sguardo asciutto e commovente di un grande regista come John Ford. Alcuni dettagli del film, certo rinviano al Lynch che già conosciamo: la scena della donna in automobile che investe un cervo (il tredicesimo in poche settimane), su una strada circondata dal nulla (“Da dove arrivano?”, urla perplessa esconsolata dopo l’incidente), ha una poesia surreale che richiama certe sequenze di Cuore Selvaggio, mentre il tema degli incendi scoppiati all’improvviso e senza apparente ragone evoca il non sense di Fuoco cammina con me. Ma sono solo schegge, frammenti. Più che al lato misterioso delle cose, il Lynch di Una Storia vera sembra interessato alla loro trasparenza, alla loro luminosità: così – in un viaggio segnato da continui intoppi, blocchi, guasti meccanici e ritorni all’indietro- l’obiettivo della sua macchina da presa insegue la vertigine dei campi lunghi e il brivido dei paesaggi sterminati, sotto cieli ingombri di nuvole e di stelle che danno uno sfondo lirico e sublime alla fragilità dell’avventura umana. Gioca a filmare il vento e la pioggia, il Lynch di Una storia vera. Si immerge nei paesaggi della terra, insegue i movimenti delle nuvole, contempla le orme disegnate dalle fronde degli alberi sulla facciata bianca della casa di Alvin e poi le dissolve nei rigagnoli della pioggia che cade. Come per smentire una delle frasi pronunciate dal suo eroe (“Alla mia età posso dire di aver visto tutto quello che valeva la pena di vedere”), riscopre il gusto di osservare le cose con sguardo diverso, e di farle amare per la belleza che in esse si annida e da esse si sprigiona. Perché Una storia vera è anche un apologo sui modi del guardare e sulla necessità di ritrovare lo sguardo giusto (“straight”) per osservare il mondo. Come fa appunto il vecchio Alvin, che socchiude spesso le palpebre – come un pittore impressionista- per cogliere istantaneee del mondo che scorre davanti ai suoi occhi vecchi e stanchi (si pensi alla bellissima sequenza dei ciclisti che gli sfrecciano accanto velocissimi, quasi ombre che l’occhio fatica a percepire e a fissare). Alla fine del viaggio, in una strada sterrata immersa tra i rovi e gli sterpi, il tosaerba di Alvin va in panne per l’ultima volta. Ma la casa del fratello è dietro l’angolo, la lunga corsa sta per terminare…